Scegliere di raccontare questa storia in teatro è portare in scena la Storia e il Potere, ed il loro srotolarsi attraverso le epoche, sempre con le stesse dinamiche. Nel volgere dei cinque atti della tragedia assistiamo all’ascesa di un uomo, che passando sopra i cadaveri di tutti coloro che lo separano dalla corona, diventa Re d’Inghilterra e muore poco tempo dopo in battaglia. Un uomo inutile alla storia del suo paese. Ascesa e morte, nient’altro.
Questa è la lezione violentemente moderna di Riccardo, la sua “missione” (sanguinosissima) è soltanto una piccola parte di un ingranaggio gigantesco che abbiamo imparato a chiamare: Storia; tale meccanismo si esplica attraverso un geniale prodotto della bestialità umana: il Potere.
Seguendo questi due parametri, ogni personaggio diventa metafora di popoli e nazioni, e davvero un solo uomo si trasforma in un esercito (come ci incoraggia a immaginare il prologo dell’”Enrico V”), ogni figura politica di questa tragedia diventa veicolo di rappresentazione di tutta la gamma di caratteri che quel preciso atteggiamento suggerisce, così la piccola corte inglese si popola di ruffiani, arrivisti, imbroglioni, assassini e mandanti; in questo modo in ogni tradimento di Riccardo, in ogni sua temporanea conquista, riscopriamo le guerre, le persecuzioni, gli abomini che ci hanno preceduto nei secoli o quelli che ancora perdurano in qualche nemmeno tanto remota regione del pianeta.
…E poi c’è Riccardo, il personaggio. Meta-teatralmente credo che Riccardo inventi la commedia tutte le sere; tiene continuamente informato il pubblico di ciò che avverrà, e lo fa avvenire. E’ lui ad imporre agli altri personaggi non soltanto la trama da seguire, ma anche lo stile in cui si dovrà condurre. Egli è uno straordinario miscuglio di crudeltà, amoralità, egocentrismo sfrenato e, allo stesso tempo, di purezza e straordinaria ironia; egli è in grado di ridere e far ridere di tutto, soprattutto della morte (quando all’inizio del III atto, Buckingham gli chiede che cosa ha intenzione di fare se Hastings non accetterà i loro piani, egli risponde:
“Tagliargli la testa per esempio, qualcosa faremo” …e tre scene dopo gliela farà tagliare sul serio).
Metafora nella metafora, ovvero veicolo per la salvezza all’interno della storia, e fulcro determinante della narrazione è: la morte, ed evidentemente il significato simbolico che viene a rappresentare nella vicenda. Riccardo opera un orribile, ma necessario percorso di redenzione: quella dell’ uomo; ogni crimine è offerto in dono per favorirne la sua metamorfosi. Egli porta tutti sul baratro delle proprie debolezze, delle proprie paure, qui gli porge uno specchio e da’ loro una scelta; non ci sono vittime nel Riccardo III, ci sono uomini e donne, e in quanto tali tutti si possono salvare e tutti possono soccombere a sé stessi; coloro che cadranno (Hastings, il fido e subdolo Buckingham, i piccoli figli di Edoardo e gli altri) determineranno la fine dell’uomo vecchio e la nascita di quello nuovo, rappresentato dal Richmond; il Tudor pone fine alle guerre fratricide di York e Lancaster, Tudor come la sua futura nipote Elisabetta, che diventerà Regina di Inghilterra, e forse in suo onore verrà scritta la tragedia di cui ci stiamo occupando.
In questa storia i morti diventano martiri di una diabolica causa, incitando il povero Riccardo (unica vera vittima della Storia e artefice al tempo stesso) nelle apparizioni degli incubi finali a “disperare e morire”. E così sarà, morirà anch’egli in nome di San Giorgio o del Demonio, barattando tutto il suo Regno in cambio di un cavallo.
“Il sole non si vuol far vedere;
il cielo guarda corrucciato
e buio il nostro esercito.
Oggi non brilla? Ma perché dovrebbe
questo importare più a me che a Richmond?
Lo stesso cielo che mi guarda accigliato,
con la stessa tristezza guarda lui.” (atto V, scena III)
In un’alba che non appare, il mondo (l’uomo moderno, noi) uccide la forza; “Rich-mond” spazza via “Rich-hard” (entrambi “rich”, giacché chiamati a rappresentare i simboli di pari forza delle due anime che si danno battaglia), per trionfare nella pace infinita dell’ultimo monologo, dove inizia la modernità.
Forse da allora continuiamo a vedere quell’alba senza sole tutte le mattine. (Filippo Dini)