ULTIME PRODUZIONI  I  IN ARCHIVIO   I  PRIMI SPETTACOLI  I  

Con:
ANDREA DI CASA (Eddie)
FILIPPO DINI (Andy)
CARLO ORLANDO (Kev)
GIAMPIERO RAPPA (Bren)


Regia:
FILIPPO DINI
Scena:
jULIENNE TOGNOZZI
Costumi:
ANNALISA RECCHIONI
Disegno luci:
GIOVANCOSIMO DE VITTORIO
Effetti sonori:
CRISTIAN MARCHI
Aiuti:
GIULIA VALLI, ANDREA DI CASA
Assistenti:
SERGIO GROSSINI, MAURO PESCIO
Traduzione:
BARBARA VALLI


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TAKE ME AWAY (portami via)
di Gerald Murphy

Tre uomini e un padre
Tre fratelli. Un padre. Una riunione di famiglia. L’intreccio è questo.
Tutto ciò che accade davvero nella commedia non è stato scritto.
L’azione si svolge a casa di Bren, il fratello maggiore, che al levarsi della tela è seduto davanti al computer, di mattina, è appena tornato dal lavoro, guardiano notturno in un parcheggio… probabilmente….. Si presume che sia passato da uno schermo ad un altro. Cosa guarda nello schermo di casa sua? C’è un rotolo di carta igienica sul tavolo. Suona il campanello ed entreranno in successione, in diversi momenti, il fratello di mezzo Andy (trent’anni), ferito sulla fronte, è stato appena rapinato; il piccolo Kev (ventidue), appena arrivato da Galway, lavora come programmatore di computer; ed infine papà Eddie. Si sono dati appuntamento lì, più o meno all’insaputa di Bren, per andare a trovare la mamma all’ospedale tutti insieme… Poi si scopre che la mamma non è in ospedale, ma da un’altra parte, che Andy la ferita se l’è procurata in tutt’altro modo, che Kev non è esattamente il prodigio che tutti credevano, e che il babbo è venuto lì per altri scopi.
Questo è l’intreccio, ma ciò che accade si nutre di non detto, di quello che si avrebbe voglia di dire da tempo ma non se ne ha più il coraggio e la forza. Quattro uomini abbandonati da tutti e da sé stessi, quattro uomini che non sanno più riconoscersi. Certamente una storia tutta irlandese, la storia di un popolo che si dimena e scalcia sotto il peso del suo capovolgimento economico degli ultimi quindici anni; così rapido, troppo, tanto da rendere irriconoscibile l’uomo di oggi a quello di stamattina, a quello di un’ora fa; tutto è confuso, orribile, tutto perde valore e ne acquista ciò che ci è sfuggito nel frattempo. Bren non ha potuto studiare, Kev si, Andy si è sposato e ha avuto un figlio, Bren è solo, Kev (si vedrà) ha sperperato tutti i suoi privilegi per un amore sciocco e passeggero, ma dirompente più del suo treno per Galway.
Questa riunione di sconfitti, questa cosa da uomini non più maschi, accade proprio nel non riconoscersi più, nella memoria di tradimenti passati, di piccoli o grandi shock scatenanti, e contemporaneamente nel sentirsi irrimediabilmente legati, maledettamente incatenati ai vincoli della famiglia, dove nel frattempo però per gli stessi motivi, la famiglia è stata violentata fin nelle sue radici più profonde, ne scaturisce questo sentimento nuovo, originale e corrosivo: quello dell’odio profondo verso tutto ciò che il nostro essere, quello che siamo, ci porta ad amare.
I due fratelli minori e il padre arrivano in teatro in cerca di Bren, il “frutto dell’amore “ (come lo chiama Andy), per raccontare la storia della loro grottesca fine, della fine di tutti i legami e di tutte le lingue.
La comunicazione tra gli uomini si interrompe così: tutti vanno via, “ci vediamo?!”, “si”, la commedia si chiude come era cominciata, Bren è davanti allo schermo, la carta igienica è sul tavolo.
Filippo Dini